In questi giorni si è tornato a parlare tanto del G8 di Genova, di quello che è stato Bolzaneto, delle richieste ridicole per gli imputati tra le forze dell'ordine colpevoli di aver portato la nostra nazione 70 anni indietro, in uno stato di interruzione di democrazia.
Per chi come me ha ancora una ferita aperta che brucia, e che non si rimarginerà fino a quando i colpevoli pagheranno per le loro vili azioni, è stato un altro brutto colpo. Anche se poi non ci spero più di tanto, voglio che questa gente paghi in modo pesante tutta l'arroganza e la violenza che ha sconvolto tante vite in quei maledetti giorni di speranza perduta.
Io voglio ricordare quello che è stato Genova per tanti ragazzi, che oltre le violenze, hanno creduto veramente di poter far cambiare verso alla storia. Ragazzi a cui nessuno mai spiegherà di cosa sono stati responsabili per avere dovuto subire sulla propria pelle tutta quella violenza gratutita. Riesco a trovare solo una spiegazione a tutta quella repressione, la paura che avevano i padroni del mondo di tanta vitalità, così tanta voglia di cambiare il mondo, la speranza che poteva trasformarsi in realtà. Tutta quella gioventù, così diversa ma unita, nello stesso tempo, avrà fatto venire i brividi a chi comanda il mondo a suon di bombe inteliggenti e guerra preventiva.
E la risposta come sappiamo, purtroppo è stata brutale.
Voglio farvi leggere una lettera che inviò una ragazza di 17 anni al caro vecchio Zio Jack, e presa dal libro "Jack l'uomo della Folla". Seconde me racchiude tutto quello che è stato veramente il controvertice, la speranza, la voglia di cambiare, di sentirsi liberi e la risposta del potere minacciato da tanta bellezza.
"Caro Jack, ti racconto una storia che mi è capitata questa estate. Mio padre mi ha lasciato partecipare alla manifestazione contro il G8 dietro mia stressante richiesta. Gli ho ricordato la mia promozione in quinta con la media dell'otto, gli ho promesso di non chiedergli soldi fino a ottobre, e lui alla fine ha ceduto. A Genova ho conosciuto Martin, un ragazzo tedesco. Ha gli occhi marini, Jack, e io che sono nata in pianura ci annegavo dentro. Martin ha 25 anni, è di Francoforte. Mi ha parlato molte volte, in un inglese sdrucciolo, secco, delle stesse cose di cui mi parli tu, in un modo molto simile, e ogni tanto ci sparavamo in faccia un titolo di uno dei tuoi dischi della vita, e lo cantavamo insieme. Durante questi giorni a Genova mi innamorai di lui così perdutamente, che decisi di regalargli la mia 'prima volta'. Manifestammo, cantando canzoni dei Beatles e di Manu Chao con le mani dipinte di bianco. C'erano ragazzi di ogni parte del mondo. Scandivamo gli slogan contro i talebani, Jack, noi per primi, perchè lo avevamo trovato su Internet, perchè lo avevamo sentito, anche da te. Dentro la zona rossa però, la parola talebani non arrivava. Quegli otto signori, che io rispetto e che ancora con forza considero i miei rappresentanti, non ci ascoltavano.
Mio padre tenne un diario in quel primo giorno di G8, Jack. Te ne trascrivo una piccola parte. "La cosa più agghiacciante sono i giornalisti inviati. Con gli occhi fissi al monitor, sperando che accada qualcosa al più presto, un fermato, un ferito, una battaglia da riprendere. Non vedono l'ora di inscatolare la rivoluzione e servirla a cena con il TG. E gli scontri per fortuna tardano ad arrivare, lasciando questi sanguinari predatori pietisti con la bava alla bocca e gli occhi tristi, un po' delusi per l'assenza di sangue. Giorgiana, ho paura."
Jack io so che tu sai perchè mio padre mi ha chiamata così... Ma io ero al sicuro, Il giorno dopo mio padre mi raccontò al telefono degli scontri, però io non ci pensavo. Ero capitata in posti sempre tranquilli. Martin mi guidava. Sapeva tutto della città, e capiva con uno sguardo se era il caso di muoversi in una strada o in un vicolo. Non ci è successo mai nulla. L'ultima sera mangiammo pizza seduti sul marciapiede e andammo a dormire insieme in una scuola-ricovero. Allungammo i nostri sacchi a pelo nell'angolo più buio del corridoio. C'erano candele accese, i ragazzi fumavano e chiacchieravano in quel nuovo esperanto che abbiamo inventato in questi anni; parlavano di Carlo, parlavano del futuro. Io e Martin ci baciammo a lungo, quella sera. Mi spogliai nel sacco a pelo e mi diedi a lui, perdutamente, al suono delle chitarre. E poi, a un tratto, arrivò la Polizia."
domenica 23 marzo 2008
Lettera di Giorgiana
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